1913 - 2013
Biografia
All’interno della filosofia del diritto del ventesimo secolo, Bruno Leoni è lo studioso che con maggiore rigore e coerenza ha interpretato la tradizione del liberalismo classico. Per tale motivo, la sua è sempre stata una presenza originale e stimolante, capace di andare controcorrente e mettere in discussione i dogmi più consolidati.

Nato ad Ancona il 26 aprile 1913, egli trascorse la sua vita tra Torino (dove visse ed esercitò; la professione di avvocato), Pavia (nella cui università; insegnò; dal 1945 sino alla tragica scomparsa, nel novembre del 1967) e la Sardegna (regione con cui ebbe profondi legami familiari ed affettivi).

Allievo di Gioele Solari, di cui fu pure assistente volontario, nel 1942 divenne professore straordinario di Dottrina dello Stato all’ateneo pavese, ma la guerra per qualche anno lo tenne lontano dagli studi e dall’insegnamento. Nel corso del conflitto, in effetti, fece parte di A Force, un’organizzazione segreta alleata incaricata di recuperare i prigionieri e salvare soldati.

Solo nel 1945, a guerra finita, egli poté iniziare la sua attività accademica, che lo vedrà insegnare anche Filosofia del Diritto e durante la quale ricoprirà l’incarico di preside della facoltà di Scienze Politiche (dal 1948 al 1960).

Fondatore della rivista Il Politico, Leoni svolse ugualmente un’intensa attività pubblicistica, soprattutto scrivendo corsivi per il quotidiano economico 24 Ore. Membro della Mont Pélerin Society (di cui sarà segretario e poi presidente), lo studioso torinese fu pure molto impegnato nel Centro di Studi Metodologici della città piemontese e, in seguito, nel Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi”.

Studioso poliedrico (giurista e filosofo, ma al tempo stesso appassionato cultore della scienza politica e della teoria economica, oltre che della storia delle dottrine politiche), nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta Leoni ha svolto una fondamentale azione di promozione delle idee liberali all’interno della cultura italiana: proponendo temi ed autori del liberalismo contemporaneo, ma soprattutto aprendo prospettive del tutto inedite ad una concezione della società che ponga al centro la proprietà privata e il libero mercato. Per comprendere quanto sia stata importante la sua azione tesa a favorire una migliore conoscenza delle tesi più innovative, è sufficiente scorrere l’indice della rivista da lui diretta per molti anni, Il Politico, in cui diede spazio ad autori spesso a quel tempo poco noti e destinati a segnare in profondità le scienze umane.

Con i suoi studi, inoltre, Leoni ha aperto la strada a molti orientamenti: dalla Public Choice all’Economic Analysis of Law (filoni di ricerca che esaminano la politica ed il diritto con gli strumenti dell’economia), fino all’indagine interdisciplinare di quelle istituzioni – tra cui il diritto – che si sviluppano non già sulla base di decisioni imposte dall’alto, ma grazie ad un’intrinseca capacità di autogenerarsi ed evolvere dal basso.

Dopo la morte, però, per lungo tempo egli è stato quasi dimenticato: soprattutto in Italia. E' sufficiente dire che il suo capolavoro, Freedom and the Law (pubblicato in lingua inglese nel 1961, ma frutto di lezioni tenute in California nel 1958), è stato tradotto in lingua italiana con più di trent’anni di ritardo. Per alcuni decenni, d’altra parte, il suo pensiero ha suscitato più attenzioni ed interessi al di là dell’Atlantico che non nel suo stesso Paese.

Tutto ciò, in verità, non può sorprendere se si considera che l’individualismo integrale di Leoni risulta ben poco in sintonia con la cultura europea del suo tempo, mentre al contrario appare tanto vicino alla tradizione civile degli Stati Uniti e soprattutto delle sue correnti più libertarie. Il liberalismo dell’autore di Freedom and the Law è pervaso da quella cultura anglosassone che egli seppe assimilare in profondità; grazie all’intensa frequentazione di alcuni tra i maggiori studiosi di quell’universo intellettuale.

Inoltre, egli seguì sempre con il massimo interesse i protagonisti della Scuola austriaca (Mises e Hayek, soprattutto) che – anche se europei – proprio in America hanno dato alcuni dei loro maggiori contributi e in quel contesto hanno trovato folte schiere di allievi, all’interno delle quali spiccano certamente i nomi di Murray N. Rothbard e Israel M. Kirzner.

In questo senso, bisogna certo rilevare che il percorso intellettuale di Bruno Leoni sarebbe stato molto differente senza la Mont Pélerin Society, nei cui convegni egli ebbe l’opportunità di entrare in contatto con intellettuali e scuole di pensiero quanto mai estranei al clima dominante nell’Italia di allora. Per molti decenni, in effetti, l’associazione fondata da Hayek ha rappresentato un’irrinunciabile occasione di scambi e approfondimenti per quanti cercavano interlocutori radicati nella cultura del liberalismo classico. Se fosse rimasto confinato al dibattito italiano (all’epoca in larga misura dominato dal marxismo, dal neopositivismo, dal crocianesimo e dal solidarismo cattolico), Leoni non avrebbe potuto elaborare le proprie tesi e non avrebbe conquistato quell’originalità che, invece, ancora oggi ci spinge a leggerlo e a trarre notevoli benefici dalla sua riflessione.

Per alcuni decenni dimenticato o quasi in Italia, il pensiero di Leoni ha continuato a vivere – fuori dei nostri confini – grazie alle iniziative, ai libri e agli articoli dei suoi amici americani e, oltre a loro, all’interesse che i suoi lavori hanno saputo suscitare nelle nuove generazioni di studiosi liberali.

A partire dalla metà degli anni Novanta, però, la situazione è cambiata sotto più punti di vista. Grazie soprattutto alla pubblicazione in lingua italiana de La libertà e la legge (per merito di Raimondo Cubeddu, che ha anche dedicato molti saggi e articoli alla teoria leoniana), studiosi di vario orientamento sono tornati a riflettere sulle pagine del giurista torinese, dando vita ad una vera e propria Leoni Renaissance che sta producendo numerosi frutti e grazie alla quale si va finalmente riconoscendo a tale pensatore la sua giusta posizione tra i massimi scienziati sociali del ventesimo secolo.

In questo senso, è interessante rilevare che perfino intellettuali lontani dalle posizioni liberali e libertarie di Leoni avvertano sempre più il carattere innovativo del suo pensiero, che nell’ambito della filosofia del diritto ha saputo offrire una prospettiva del tutto alternativa ai modelli kelseniani del normativismo dominante e all’ispirazione socialdemocratica che ancora prevale all’interno delle scienze sociali.

In particolare, mentre nel corso degli ultimi due secoli il diritto è stato ripetutamente identificato con la semplice volontà degli uomini al potere, uno dei contributi maggiori di Leoni è da rinvenire nel fatto che nei propri studi egli ha indicato un altro modo di guardare alle norme, sforzandosi di cogliere ciò che vi è oltre la volontà dei politici e ben oltre quella stessa legislazione tanto spesso destinata a restare lettera morta.

Le riflessioni di Leoni sul diritto, così, aiutano pure a comprendere le straordinarie potenzialità della tradizione “austriaca” delle scienze sociali, che ha avuto origine con Carl Menger e ha poi trovato in Ludwig von Mises, Friedrich A. von Hayek e Murray N. Rothbard le sue formulazioni più compiute. Utilizzando in ambito giuridico l’individualismo metodologico, le analisi sull’origine evolutiva delle istituzioni e la teoria del valore soggettivo, Leoni ha evidenziato come non soltanto l’economia, ma l’intera riflessione sulla società possa trarre enormi benefici dagli insegnamenti fondamentali della Scuola viennese.

Quella di Leoni, per giunta, è ancora oggi una proposta teorica talmente liberale da indurre più di uno studioso a parlare di Freedom and the Law come di un classico della tradizione libertaria, al cui interno sono racchiuse idee e intuizioni che restiamo ben lontani dall’aver compreso e sviluppato in tutte le loro potenzialità.

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